













I santi Vittore e Corona sono i patroni della diocesi di
Feltre.
Sulla loro vicenda non c’è certezza, anzi la
celebrazione dei due
martiri costituisce uno dei tanti punti problematici
dell’agiografia
antica. Le storie sul martire Vittore proliferano. Molti soldati
martiri nei primi secoli dell’era cristiana vennero chiamati
Vittore e
sono quindi molte le reliquie custodite in posti diversi. Inoltre,
è
possibile che Vittore e Corona siano in realà due santi
anonimi e che i
loro nomi (lat. Victor = "vincitore", gr. Stéphanos =
"corona") siano
stati attribuiti dai fedeli in ricordo della loro morte gloriosa.
Secondo la versione più accreditata, Vittore
fu un soldato ucciso con il martirio nel 171 dc in Siria,
sotto il prefetto romano Sebastiano. Stefania,
giovane donna greca moglie di un compagno d’armi di lui,
rimasta affascinata dal coraggio di Vittore torturato, proclamò
anch’essa la sua fede, andando incontro al martirio.
Sempre secondo la tradizione, Vittore fu a lungo
torturato, ossa spezzate, olio bollente, accecamento, abbeverata di
calce e aceto, finché dopo essere rimasto per tre giorni a
testa in giù gli venne levata barbaramente la pelle. La
stessa Stefania venne sottoposta ad interrogatorio e torture.
L’unico modo per combattere la sua fermezza sarà
quello di appenderla con le gambe legate a due tronchi di palma piegati
che, lasciati andare, la squarceranno in due. Secondo la versione
più diffusa, dal cielo scese allora un angelo con due
corone, una per Vittore,
che poi fu decapitato, e l'altra per Stefania,
che fu squartata, e da allora fu ricordata col nome di
Corona. I due furono santificati nel 182 da papa Sotero.
Pare le spoglie dei martiri siano arrivate a Feltre il 18 settembre di
un anno non meglio precisato (intorno al Mille), proprio
perchè in questa data si festeggia fin dal
1200 la fiera da S.Vittore.
La fiera era una grande occasione di incontro per i cittadini
di Feltre, ma anche per i valligiani abitanti le terre confinanti e per
commercianti provenienti da più lontano (ne sono
testimonianza alcuni inviti rivolti a certi padovani), che si
incontravano due giorni prima della festa e proseguivano i loro affari
anche per i due giorni successivi.
Sembra comunque che da Cipro le spoglie giunsero sul Miesna
passando per Venezia, dove forse giunsero
nel IX sec. Due lapidi sul santuario ne attestano la presenza nel 1096
e nel 1101 e da allora lì rimasero.
Come fu per l’identità e il martirio dei due
santi, così accadde per le loro spoglie: su di queste
proliferarono leggende, storie, credenze e tradizioni, soprattutto a
partire dall’anno Mille. Si tramanda che quattro ricognizioni
si siano susseguite nei secoli (1355, 1440, 1943 e 1953): tutte
confermerebbero la presenza di resti di ossa umane in parte maschili e
in parte femminili.
In stile romanico, con la forma di croce greca, a tre navate con
transetto e cupola centrale, il santuario è ben visibile
dalla pianura circostante e sembra ancora più imponente
quando raggiunto a piedi dal piazzale antistante, percorrendo la
gradinata d’accesso, ristrutturata dal
Segusini, architetto bellunese. Dello stesso Segusini
è la sacrestia a forma semicircolare, raggiungibile da una
porticina in fondo all’abside. Qui si trovano i resti
dell’antico sarcofago di Giovanni de Vidor.
L’abside è la parte più antica;
è il martyrium che custodisce le reliquie dei santi, poste
in un’arca marmorea sopraelevata, ben visibile dal fondo
della chiesa. L’arca è in stile
romanico, finemente intarsiata e quasi sicuramente coeva
all’erezione del santuario.
Prezioso il loggiato dell’abside,
con colonne di marmo greco dai capitelli cubici intarsiati di bitume
(incisa nelle due colonne centrali, decorate di bitume rosso, la frase
cranica “L’universo è di Dio”,
a caratteri cufici*).
Dal loggiato, i pellegrini salivano per onorare le reliquie
dall’alto, gettando come in offerta delle monetine che sono
state poi ritrovate durante gli scavi del 1971 nel pavimento
sottostante quello attuale settecentesco. Tale ritrovamento
è stato utile anche per la ricostruzione delle
identità dei frequentatori del Santuario: i denari
risultano, infatti, coniati tra il XII e il XV sec da vari Comuni,
città e Signorie dell’alta Italia (Verona,
Venezia, Padova, Treviso, Trento, Acquileia, Mantova, Firenze, Lucca).